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Libro del mese: febbraio 2010 - Le buone pratiche per gestire il territorio e ridurre il rischio idrogeologico

  • Scritto da CEA Messina Onlus

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uot;text-align: justify">Ma l’acqua è peggio, assai peggio der foco. Perché cor foco tu, si te ce sforzi Co’ le pompe, ce ‘rivi tu a smorzallo; Ma l’acqua, dimme un po’, co’ che la smorzi? (Cesare Pascarella, Roma 1893).
Interventi strutturali, risagomatura degli alvei, briglie, difese spondali, piuttosto che muri per la “messa in sicurezza” del territorio sono ancora frequentemente utilizzati come strumenti per la difesa del suolo.
Spesso, oltretutto, si tratta di interventi puntuali non supportati da adeguati studi che ne dimostrino la reale efficacia e ne considerino le conseguenze sulla dinamica fluviale, portando più danni che benefici.
Per ridurre il numero degli interventi strutturali di difesa, messa in sicurezza e artificializzazione dell’habitat fluviale, riducendo quindi anche i costi e favorendo lo sviluppo sostenibile del territorio, è sufficiente prendere atto che la sicurezza, fruibilità e bellezza di un bacino idrografico dipendono prima di tutto dagli usi cui si destina.
L’efficacia, l’importanza, la preponderanza delle opere di ingegneria sono state alla base di un modo di governare il territorio soprattutto per mezzo di opere di ingegneria idraulica piuttosto che applicare interventi di incentivazione o di interdizione a un certo uso del suolo.
Si è andati quindi ad occupare aree che erano destinate all'espansione naturale del fiume.
A dimostrazione di questo parlano i dati sui danni causati in Italia dai fenomeni di dissesto idrogeologico, riportati tanto nei documenti ufficiali che sui quotidiani, che sottolineano come gli interventi di regimazione, rettificazione, imbrigliamento e “messa in sicurezza” del territorio che si sono attuati fino ad ora non hanno contribuito ad impedire che frane e alluvioni causassero danni e soprattutto vittime nel nostro Paese.
Si continua a illudere ed illudersi che con le grandi opere di difesa idraulica si possano strappare impunemente altri terreni ai nostri fiumi, già irrimediabilmente attaccati dall’urbanizzazione, seguendo la logica del profitto e del cemento selvaggio.
Spesso sono proprio questi interventi fatti sotto il principio della difesa idraulica e di una maggiore sicurezza del territorio ad incrementare il rischio idrogeologico nel nostro Paese.
D’altra parte non si può nemmeno perseguire l’illusorio obiettivo di poter “mettere in sicurezza” tutto il territorio. Questo comporta allora due linee d’azione diverse: da una parte la capacità di convivere con il rischio e quindi saper gestire le emergenze e dall’altra una corretta gestione del
territorio. Benché l’Italia possa oggi contare su un sistema nazionale di protezione civile di altissimo livello, che sa coniugare efficacia di intervento e tempestività, ancora molta strada è da compiere sui sistemi di previsione delle piene e di allerta e la redazione di piani di protezione civile, aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione, a livello locale, ed in particolare a livello comunale.
Ancora più critica invece è la situazione per quanto concerne la gestione corretta del territorio dove è prioritario svolgere una serie di attività ordinarie, quali la corretta urbanizzazione, il rispetto dei vincoli imposti, gli interventi di delocalizzazione dalle aree a rischio, nonché l’adeguamento alle norme di salvaguardia dettate dalla pianificazione in materia di difesa del suolo.
In questo senso l’importanza della rinaturalizzazione, intesa come difesa territoriale del suolo che riacquista caratteristiche tali da porre un freno naturale agli eventi più dannosi, diventa ancora più rilevante.
È necessaria un’inversione di tendenza rispetto all’approccio classico di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua e all’urbanizzazione selvaggia.
Negli ultimi anni, a causa di queste conseguenze estremamente negative di un approccio tutto interventistico, e grazie al miglioramento e all'approfondimento delle scienze del territorio, sta prendendo piede un diverso modo di governare i bacini idrografici che si basa meno sulle infrastrutture rigide ed è più rispettoso e attento alla dinamica e all’habitat fluviale.
L’obiettivo principale di questa pubblicazione è proprio quello di descrivere e promuovere le esperienze positive in tal senso e dimostrare come questa trasformazione nella gestione del rischio idrogeologico sia possibile.
Certamente non è pretesa di questa pubblicazione il voler fare un elenco completo delle buone pratiche attuate o possibili per la gestione del rischio idrogeologico in Italia, ovvero in un territorio fragile e vario nei suoi molteplici aspetti (geologici, morfologici, climatici, urbanistici, ecc.) che necessita di interventi attenti e studiati volta per volta che rispondano delle esigenze di ogni singola situazione, ad esempio se ci si trova in un piccolo bacino montano o in una piana alluvionale di un grande fiume.
Quello che invece si vuole proporre è il carattere fortemente innovativo e in controtendenza di questi interventi, che rappresenta il comune denominatore di tutti gli esempi illustrati, rispetto a quanto è stato fatto fino ad oggi e si continua a fare nella gestione del rischio idrogeologico.
La scelta di delocalizzare un’industria posta in un’area a rischio di esondazione invece che costruire ulteriori barriere per la messa in sicurezza, quella di modificare un tracciato stradale invece che rinforzare le palizzate e le scogliere destinate comunque ad essere rovinate e rimosse dalla forza dell’acqua o quello di riequilibrare il ciclo sedimentario del fiume reinserendo i sedimenti in alveo, mentre normalmente non si fa che cercare tutti i possibili escamotage con il solo obiettivo di prelevare la preziosa ghiaia e utilizzarla per cementificare altre porzioni di territorio, sono scelte coraggiose messe in pratica lungo i fiumi italiani ed europei.
Ci auguriamo che servano da esempio e che vengano imitati e adottati i principi che le hanno supportate con la certezza che restituire spazio e natura ai corsi d’acqua non è solo un pallino degli ambientalisti ma l’unico modo per coniugare sicurezza e qualità sul territorio.